Fin da piccola alcuni oggetti mi hanno in qualche modo affascinato ed incuriosito, sia positivamente che negativamente. Oggetti che naturalmente non pensavo sarebbero poi divenuti importanti per la storia del design e dell’interazione con gli oggetti. Il primo oggetto era una Graziella; non mi stava particolarmente simpatica. In realtà nella vetrina del negozio di biciclette avevo visto una bici da corsa da bambino ma sapevo già che non avrei avuto speranza nella contrattazione per averla.Il secondo oggetto mi è ritornato alla memoria negli ultimi mesi in realtà per una serie di implicazioni e di parallelismi con l’avvento dei dispositivi per la smart home e in generale della Io T (Internet of things/Internet delle cose) (1). L’oggetto in questione era quello che in famiglia si chiamava semplicemente “il libretto del pane”. Un libro in cui mio nonno segnava la quantità di pane giornaliero di cui aveva bisogno. Lo lasciava fuori dal cancello e il panettiere che passava lo leggeva e lasciava il pane. A fine mese o a data concordata, il panettiere calcolava l’importo dovuto in base alla quantità segnata sul libretto. Ciò implicava una reciproca fiducia. Mio nonno si fidava del panettiere su due fronti: la quantità di pane che il panettiere avrebbe lasciato in giornata e il peso attribuito al pane effettivamente lasciato; il panettiere dalla sua, si fidava nel ricevere la somma dovuta al primo giorno utile dopo aver riportato il libretto a seguito del conteggio periodico.

Fiducia e certificazioni.

Perché, sotto certi aspetti, il libretto del pane è utile come esempio anche nel campo dell’architettura e del design? Perché in questo settore la fiducia è a un livello estremamente basso. Fiducia sulle effettive caratteristiche e sull’autenticità dei prodotti, della loro provenienza e fiducia del rispetto della privacy dell’utilizzatore finale. Noi tecnici dobbiamo verificare, non sempre facilmente, che un prodotto o materiale abbia tutta una serie di certificazione tecniche e alcune di queste debbono, addirittura, essere certificazioni “a cascata” per poter essere valide. Ma stiamo sempre parlando di fogli di carta, di certificazioni che alle volte si basano su processi di verifica che possono avere anche regole molto diverse a seconda del prodotto di cui stiamo parlando.

Fiducia e privacy.

Sempre in tema di fiducia, soprattutto di fiducia del rispetto della privacy, al non addetti ai lavori invece si più semplice pensare ai nuovi “assistenti intelligenti” il vendita on line. In realtà non sono il prodotto che vedete nelle pubblicità, ma è un sistema di algoritmi, bot (2), che rispondono alle domande dell’utente e che può essere installato su più dispositivi. Stesso discorso per gli “assistenti” che magari vi sarà capitato di incontrare sul vostro smartphone. Queste applicazioni integrate a dispositivi che stanno entrando nelle nostre case sotto le sembianze di piccoli elettrodomestici, dovrebbero semplificare le nostre azioni quotidiane. Il dubbio è che in realtà facciano anche altro. E il dubbio è cresciuto non solo dopo aver letto nel sito ufficiale di uno di questi prodotti questa frase: “Information is power”, ma anche trovando articoli di letteratura scientifica che cominciano ad affrontare sotto il profilo giuridico l’utilizzo terzo dei dati che questi dispositivi raccolgono.

La blockchain.

Avere le informazioni è potere, e lo è anche in architettura e nel design. E però anche necessario ricreare dei sistemi di fiducia, sia per gli utilizzatori finali che per i tecnici. A mio avviso, la tecnologica che attualmente può ristabilire la fiducia, l’ordine, la riduzione della burocrazia e la corretta gestione dei diritti di proprietà (che siano di tipo brevettuale o di informazioni personali) è quello che io chiamo il fattore B, cioè la blockchain.

La blockchain è un registro digitale che viene condiviso su una rete distribuita di computer indipendenti (non vi è un solo istituto centrale che controlla ed agisce), che lo aggiornano e lo conservano in modo tale che chiunque possa verificarne la completezza e l’integrità (3). Attraverso un algoritmo incluso in un’applicazione eseguita da tutti i computer della rete, l’algoritmo fa in modo che i computer coinvolti nell’applicazione diano o meno il consenso unanime ai dati esistenti o ad aggiungerne altri. In seguito, delle protezioni crittografiche rendono virtualmente impossibile qualsiasi tentativo di modificazione o alterazione dei dati. L’esempio più famoso ed il principale motivo per cui la blockchain è conosciuta, sono le transazioni economiche o rivendicazioni di proprietà ad esempio nel mercato delle cryptovalute (es: Bitcoin). Tralasciando le motivazioni e le modalità di funzionamento, il risultato di questa tecnologia è qualcosa di unico: un gruppo “di attori indipendenti, che agiscono ciascuno per il proprio interesse, st uniscono per produrre qualcosa a vantaggio di tutti: un registro inalterabile, affidabile per tutti e che non viene gestito centralmente da un singolo intermediario (4).

I registri: il sistema tavolare di Maria Teresa d’Austria.

I registri sono stati, fin dai tempi antichi, sistemi di archiviazione che aiutano a gestire problemi di complessità e fiducia, sono strumenti per avvicinarsi alla verità o quanto meno per raggiungerne un livello accettabile per tutti coloro che hanno un interesse nei dati riportati. Lo sapeva già anche Maria Teresa, che nel 1761 istituì nella contea di Gorizia e di Gradisca il sistema tavolare, un registro per garantire la certezza di diritti, come quelli di proprietà e giuridicamente rilevanti, sui beni immobili. Anche in questo caso i registri potevano essere interconnessi, tanto che si venivano a creare per ogni immobile, dei “fogli reali”, i quali garantivano la conoscenza della storia giuridicamente rilevante degli stessi, in modo trasparente e accessibile. Il sistema tavolare, ancora vigente in alcuni comuni del Friuli Venezia Giulia, per la sua forma di funzionamento e di trascrizione delle informazioni, garantisce, a differenza del sistema catastale, la veridicità giuridica e quindi probatoria delle informazioni in essa contenute. Una sorta di blockchain ante litteram costituita attraverso un sistema di registri collegati tra di loro, formata da un insieme di atti resi validi da decreti del giudice tavolare, quindi da un unico soggetto. Uno dei punti di estrema innovazione del sistema tavolare è la capacità di fornire solide garanzie di trasparenza dell’informazione, grazie anche al fatto che tutti avevano il diritto di accedere alle predette informazioni sui diritti reali.

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La blockchain come garanzia.

Si potrebbe obiettare che un sistema del genere, attualmente, leda la privacy di coloro che godono di tali diritti. A mio avviso c’è da fare una netta distinzione tra quelle che sono le informazioni che devono essere pubbliche ed accessibili in quanto esse stesse costituiscono la base su cui si fondano le società democratiche, e le informazioni che invece sono personali e potrebbero essere utilizzate per scopi anche discriminatori o semplicemente commerciali. Per questo stesso motivo, oggi, gli sviluppatori della tecnologia blockchain si stanno concentrando proprio su questi due fronti: da una parte garantire al singolo il controllo sui propri dati personali, la non modificabilità degli stessi, garantendo altresì ai fornitori di servizi la loro correttezza; dall’altro lato studiano come fare in modo che solo entità autorizzate (es: il singolo individuo, l’azienda, ecc) possano trasmettere parti di informazioni essenziali a terze parti. In questa maniera, l’utilizzatore finale del dato, che nel caso dell’architettura e del design, potrebbe essere un tecnico o un cliente, avrà la certezza, attraverso il processo della blockchain di essere di fronte ad un certificato reale, ad un oggetto non falsificato, ad un prodotto con delle specifiche caratteristiche validato da una rete condivisa, ma indipendente.

La tecnologia blockchain sta avendo le prime applicazioni esterne al campo più famoso delle cryptovalute in progetti più o meno sperimentali che cercano di ristabilire registri o diritti fondamentali delle persone e delle aziende. Ira cui quelli di garantire il diritto di proprietà delle popolazioni più povere nei paesi in cui non vi è un vero e proprio sistema catastale, nei sistemi di distribuzione degli aiuti umanitari al rifugiati ma anche nella gestione della creazione degli “ambienti intelligenti” attraverso i dispositivi fisici e nella gestione delle proprietà intellettuali delle produzioni tecnico-artistiche, tra cui appunto anche il design.

Quindi, siamo in presenza di un processo e di un’idea totalmente opposti a quella che alcuni dispositivi “smart” mirano cioè a raccogliere dal nostro quotidiano più informazioni personali possibili (big data), che poi possono essere venduti al miglior offerente, con la nostra più o meno consapevole accettazione? Con la tecnologia blockchain i futuri device informatici inseriti all’interno dei nostri elettrodomestici, dei nostri mobili e dei dispositivi potrebbero invece garantire la riservatezza delle informazioni ricollegabili a noi e garantirci la veridicità di altre informazioni, non solo tecniche, ma anche qualitative (es: qualità dell’aria, dei cibi, ecc).

Il futuro: il fattore B nell’Internet delle Cose in architettura e nel design.

L’informazione è potere e potere nel sistema tradizionale significa guadagno. L’accentramento del potere è sempre stato il fine ultimo dei sistemi senza regole o con regole poco trasparenti; ma la storia insegna che il troppo accentramento significa poca resilienza agli eventi e prevedibile declino. Per questo, anche in architettura, il futuro è il fatttore B, cioè la blockchain.

Nell’Internet delle Cose anche nel campo dell’architettura, come ho precedentemente detto, attraverso la blockchain le transizioni saranno distribuite, non intermediate, ma gestite a rete. Avremo così una maggior efficienza nei trasporti, nella distribuzione dell’energia, ma anche nella gestione delle risorse e nell’economia circolare, ma soprattutto, la decentralizzazione permetterà di avere una maggiore veridicità delle informazioni di prestazione. Nella produzione e commercializzazione dei prodotti infatti le aziende useranno piattaforme condivise con i fornitori e i distributori, in modo tale da garantire prodotti con certificazioni certe e veritiere, dalla fabbrica fino al cantiere. Designer, architetti e professionisti delle arti finalmente potranno mettere in rete informazioni e progetti sapendo di poter controllare i propri contenuti e tracciare l’uso di questi beni digitali o meno, in quanto attraverso il sistema di blockchain si potranno garantire i diritti intellettuali delle opere con meno burocrazia, con più efficienza e con maggiore velocità. Passeremo dai sistemi in cui i designer si inviavano i progetti via posta per fare in modo che il “registro” del bollo postale validasse la proprietà intellettuale sulla creazione, a fare lo stesso attraverso una rete condivisa mondiale.

La fiducia è qualcosa da conquistare nel tempo, attraverso un rapporto trasparente e garantito dalla correttezza delle parti ma anche attraverso l’innovazione dei sistemi. Maria Teresa probabilmente lo aveva già capito più di duecento anni fa.

 Note:

(1) Internet of Things, o IoT, (Internet delle Cose). Termine coniato da Kevin Ashton che definisce l’insieme di tecnologie che permettono di collegare a Internet qualunque tipo di apparato.

(2) Bot: in informatica sì intende un programma, accedendo a sistemi di comunicazione e interazione è in grado di svolgere i compiti in maniera completamente autonoma, analizzando e comprendendo il linguaggio di utenti che interagiscono con loro.

(3) J. Casey M., Vigna P, La macchina della verità. La blockchain e il futuro di ogni cosa. Franco Angeli, 2018, Milano.   

(4) J Casey M., Vigna P, op. cit.

L’articolo è stato pubblicato sul bimestrale “La Flame” n°03.2019 www.eclis.info